Lavorare è meraviglioso, ringrazia!

Questa giornata è una di quelle che sembrano infinite.
Ci sono pensieri che non mi lasciano in pace, e il più assillante è questo maledetto malessere che mi prende ogni mattina prima di andare al lavoro, ancora sotto le coperte mi viene da piangere e gridare, vorrei che tutto sparisse, vorrei solo andarmene in spiaggia a leggere.
Sai di cosa parlo, vero?
Quel vuoto che ci sta consumando, giorno dopo giorno, mentre ci sforziamo di correre dietro a un’illusione.

Stamattina mentre guidavo verso il lavoro ho ascoltato un libro che ha saputo descrivere bene questa nostra dannazione.
“Ma chi me lo fa fare” di Maura Gancitano e Andrea Colamedici.
Una cosa incredibile è che descrive perfettamente un concetto che professo da parecchio: la Sindrome di Stoccolma del posto di lavoro.
Gli autori hanno visto oltre le bugie che ci hanno raccontato fin da piccoli.
Il libro parla del burnout come della piaga dei nostri tempi, concetto a cui non posso non dare ragione.


Siamo una generazione cresciuta con l’idea che il lavoro nobiliti l’uomo, che sacrificarsi sia una virtù.
E guarda dove ci ha portato questa convinzione: una generazione perduta, intrappolata in una routine che non ci lascia scampo, depressi e senza speranza.

Oltretutto, alimentato dal senso di colpa perché “ringrazia che un lavoro ce l’hai”, chissenefrega se è sfiancante, sottopagato, debilitante e svilente, e parlo sia di lavori cosiddetti “pesanti” che quelli di ufficio, dove la tua performance è costantemente controllata da persone che comprano il tuo tempo in saldo.

Nel libro gli autori analizzano il burnout con una chiarezza disarmante.
Ti senti svuotato, incapace di trovare gioia o significato in quello che fai.
Eppure continui a spingere, perché è quello che ci hanno insegnato a fare, fin dall’asilo.
“La scuola è il tuo lavoro”
ci dicevano severi, facendoci adattare così pian piano, come una rana bollita, al solo modello di vita per loro esistente.
Lavora, produci, consuma, figlia, muori.

Ma a che prezzo?

Noi quarantenni siamo stati cresciuti con il mito del lavoro come salvezza.
Ci dicevano che se avessimo lavorato sodo, avremmo avuto tutto: rispetto, sicurezza, felicità.
Ma la realtà è ben diversa.

Siamo diventati schiavi di un sistema che ci spreme fino all’ultima goccia, e quando non ne abbiamo più, ci butta via come vecchi stracci.
Il lavoro non ci ha nobilitato, ci ha resi prigionieri.

Quante persone ho visto che hanno spinto troppo e che si sono bruciate.
Quanti crolli nervosi, crisi esistenziali, corpi e menti spezzati dalla fatica.
E tutto perché abbiamo creduto nella bugia che il lavoro fosse tutto. 

Oppressi dal lavoro ma anche del lavoro innamorati, rapiti, vittime di una sindrome di Stoccolma aziendale. Perché oggi il lavoro è tutto e tutto è lavoro

Ma chi me lo fa fare – Maura Gancitano, Andrea Colamedici

Uno dei punti più forti del libro è la critica alla cultura della performance.
Viviamo in una società che ci misura in base a quanto riusciamo a produrre, a quante ore lavoriamo, a quanto riusciamo a sopportare.


È una mentalità che ci distrugge lentamente, ci consuma.
Ogni giorno ci alziamo e indossiamo la nostra maschera di forza, pronti per un’altra giornata di battaglia, ma ogni giorno perdiamo un pezzetto di noi stessi.

E poi c’è la questione del tempo.
Il tempo, amica mia, è il nostro bene più prezioso e ce lo stanno rubando.
Ogni minuto passato a lavorare oltre il limite, ogni sera passata a rispondere a email, ogni mattina in cui ci si sveglia presto per “essere più produttivi”, ogni minuto del weekend che passiamo a lavorare per fare più ricco qualcun’altro invece di stare con chi amiamo, invece di passare del tempo di qualità con noi stessi, per seguire dei ritmi umani, è un pezzo della nostra vita che non tornerà più.
Gancitano ci invita a riprenderci il nostro tempo, a dare valore a ciò che veramente conta.

Voi non avete spirito di sacrificio

Un qualunque 80enne rivolto ai più giovani

La verità è che siamo stati addestrati a pensare che il nostro tempo debba essere sempre produttivo, che ogni minuto debba essere speso in qualcosa di utile, di redditizio.
Ma a che prezzo?
Quanto della nostra umanità stiamo sacrificando per essere “produttivi?”

Il burnout è una trappola, una gabbia invisibile che ci intrappola in una vita che non ci appartiene.
Una via d’uscita c’è, ma richiede coraggio.
Il coraggio di dire “basta”, di mettere la propria salute e il proprio benessere al primo posto. Di capire che il nostro valore non è legato a quanto produciamo, a che lavoro svolgiamo,
ma a chi siamo come persone.

Mi guardavo intorno stamattina, nel traffico cittadino di una città di mare.
Volti stanchi, occhi spenti, vite consumate dalla fatica e mi sono bloccata ad un semaforo a guardarmi allo specchietto retovisore.
Quanto tempo ho passato ad arrabbiarmi per il lavoro?
Quanto tempo ho buttato da schiava di questo sistema?
Quante notti insonni, per i soldi.
Quante ore sul divano devastata dalla fatica mentale e fisica, dal troppo lavoro, per far si che il “padrone di turno” fosse contento di me e non pensasse che fossi una lavativa, una lazzarona, che fossi “produttiva”, “efficiente”.

Ma vaffanculo, mi avete rubato la vita, e io, sono stata felice di avervelo lasciato fare, in nome di cosa … ma ora sono stravolta.
Possiamo cambiare.
Possiamo scegliere di vivere diversamente, di dare valore al tempo, alla salute, alla felicità.
Di non svendere un solo minuto in più del mio tempo preziosissimo, e di dedicarlo a qualcosa che mi faccia fare stare bene.

Cara amica, è tempo di svegliarsi.
Di smettere di correre dietro a obiettivi imposti da altri e di iniziare a vivere per noi stessi.
Non è una strada facile, ma credo sia l’unica che valga la pena percorrere.

Ci sarà sempre chi ci dirà che siamo pazzi, che stiamo sprecando il nostro tempo.

Ma io credo che il vero spreco sia vivere una vita che non ci appartiene, una vita che non ci rende felici, solo per far felici altri.
È tempo di prendere il controllo della nostra vita.
È tempo di riscoprire cosa significa davvero vivere.